Autore: granello

Michel Kreek

Michel Kreek

16 gennaio 1971

For me the most important is to maintain the love for the game, because only then you can grow to your personal best.

      L’INTERVISTA

I MIEI PRIMI 15 ANNI

Raccontaci il tuo amore per lo Sport

I love football since the day I could walk . I think it’s beautiful to play in a team and achieve results together .

La passione per il calcio quando è arrivata?

Since the day I could walk ,I was crazy with the ball . My father played at amateur level , so every weekend I was with him at the football pitch .
That’s where my love for football started , it grew when as a little kid my uncle took me the stadium to watch a game of my favorite team Ajax

Come hai iniziato?

I started as a 5 year kid to play in a team . Before that I only played in the street . I started in a small amateur team (Eland) , It was officially not allowed to play at that time you could start only from 8 years old .
When I was 8 years old I was recruited by the Ajax youth academy.

Quando hai capito che “la cosa stava diventando seria”?

From 15,16 years old I started to realize that it might starting little more serious . I was selected in the national youth team and I noticed myself I was among the better players .

Il momento più bello, indimenticabile?

For me , as a 15 year old kid the most beautiful moment was when we played an international match against England at WEMBLEY . As a professional player winning the UEFA cup in 1992 against Torino in Amsterdam .

La delusione più cocente?

The biggest disappointment was when I was 16 years old and got injured at my knee . I could not play for a few month’s and I was afraid my football career was over .

I tuoi giocatori preferiti di ieri e di oggi

As a kid my favorite player was Jesper Olsen , he played in the first team of Ajax and played in the same position as I did (left winger)
Nowadays off course everybody names Messi and Ronaldo , but i like Mascherano a lot because to me he is a real team player who sacrifices himself for his team .

Cosa ti ha dato il calcio per la tua vita?

At first Football gave me a lot of friends , besides that I think football helped my to learn what is discipline and that you have to work hard to achieve your goals .
Working in a team and the social aspect of football is also very important according to me .

Come lo vivi oggi?

Nowadays I still enjoy football but I think it is a pity that the financial aspect becomes more and more important . We are losing a bit the authentic feeling of football .

Oggi che fai nella vita?

I work as a coach in football , I like to pass thru the experience I got as a Football player to a new generation .

Un consiglio ai 15 enni di oggi?

What i would like to say to the 15 year old football player , is to live your sport with great passion en enjoy every moment at the pitch . If you want to become a professional and achieve your goals , you have to put in a lot of effort and also a little luck will help .
For me the most important is to maintain the love for the game , because only then you can grow to your personal best .

WLF generazione f , che ne pensi?

I think WLF is a very good initiative to inform , to encourage , to educate and help this new generation . I wish i had something like WLF when I was 15 years old . I think it would have helped me a lot .


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Cristiano Scapolo

Cristiano Scapolo

5 Ottobre 1970

Abbiate tanta passione
per il gioco e non abbattetevi
alle prime difficoltà.

      L’INTERVISTA

I MIEI PRIMI 15 ANNI

Raccontaci il tuo amore per lo Sport

Lo sport e’ passione, bellezza, benessere. Nel praticarlo, osservarlo e studiarlo si riescono sempre a trovare esempi, campioni da seguire, esperienze e gesti che ci accompagnano nella nostra vita.

La passione per il calcio quando è arrivata?

Ho sempre avuto il pallone tra i piedi sin da quando ho incominciato a camminare. Anche se la vera passione e’ arrivata seguendo mio fratello Mauro giocare. E’ stato lui il mio esempio da seguire quando ero piccolo.

Come hai iniziato?

Ho iniziato a giocare nella squadra del mio paese. L’allenatore della squadra (ex giocatore degli anni 60/70 Domenico Parola) aveva un negozio di articoli sportivi sotto casa mia. Io mi fermavo ogni sera dopo scuola da lui dove mi insegnava dei giochini con la palla, ovviamente quando non c’erano clienti nel negozio. E un giorno disse a mio padre Elio che nel guardarmi toccare il pallone gli sembrava di vedere un professionista con il corpo di un bambino di 6 anni. Mio padre allora si fido’ di lui e mi porto’ a giocare nella sua squadra. Da li sono stato preso dall’Inter all’eta’ di 12 anni facendo tutte le giovanili fino alla prima squadra.

Quando hai capito che la cosa stava diventando seria?

Quando nel campionato 1989-90 venni convocato per il ritiro con la prima squadra dell’Inter capendo che per me era un occasione importante per entrare nel mondo professionistico.
L’esordio a 19 anni a S.Siro quando Trapattoni mi fece esordire in una squadra di assoluti campioni. Mi son visto tutti i bei momenti passati nel settore giovanile ripagati in quei 10 minuti di partita. Ricordo di aver toccato la palla solo un paio di volte ma quello che vedevo attorno a me era tutto magnifico.

I tuoi giocatori preferiti?

Be’i giocatori di oggi sono Messi, Ronaldo, Neymar ma anche grandi esempi come Buffon, Iniesta, S. Ramos e Quelli di ieri Maradona, Van Basten, Baggio, Maldini.

Il momento più bello, indimenticabile?

L’esordio a 19 anni a S.Siro quando Trapattoni mi fece esordire in una squadra di assoluti campioni. Mi son visto tutti i bei momenti passati nel settore giovanile ripagati in quei 10 minuti di partita. Ricordo di aver toccato la palla solo un paio di volte ma quello che vedevo attorno a me era tutto magnifico.

La delusione più cocente?

La mia esperienza alla Roma. Venivo da buoni campionati ed ero sicuro che quella era per me l’occasione giusta per fare il salto di qualità’. Dopo il ritiro precampionato ho avuto una pubalgia che mi tormento’ per 6 mesi impedendomi anche di allenarmi come volevo. Un vero peccato.

Cosa ti ha dato il calcio per la tua vita?

Per me e’ stata una vera e propria scuola di vita dove ogni esperienza fatta e’ servita a maturare, condividere e migliorarmi come persona.

Come lo vivi oggi?

Sempre in primo piano ed al centro della mia vita ma con un ruolo diverso.

Oggi che fai nella vita?

Vivo in California da circa 12 anni con mia moglie Nicole a mia figlia Francesca. Faccio l’allenatore nel settore giovanile di LAFC (Los Angeles Football Club) nuovo MLS Club.

Un consiglio ai quindicenni di oggi?

Di sognare ed essere ambiziosi. Di avere tanta passione per il gioco di non abbattersi alle prime difficolta’. Avere dei giusti esempi da seguire non solo come giocatori ma anche come persone.

WLF generazione F, che ne pensi?

Un grande evento giovanile in una città’ stupenda. E chi meglio di Marco De Marchi e Stefania nell’organizzarlo. Persone cresciute in questa città’, serie e competenti e con una gran entusiasmo che contagia. Ero sicuro di questo grande successo e auguro che WLF diventi sempre più’ un evento che unisca e aiuti i giovani ad esprimersi attraverso lo sport

Sergio Gualdi – Chissà magari un sogno si avvera

Tantissimi sono al giorno d’oggi i siti e link che tramite la rete internet parlano di calcio.
Ho notato che però nessuno di loro, a parte poche eccezioni, parlano di come si arriva ad essere un giocatore.
La strada per arrivarci non è come si può pensare facilissima. Certo la fortuna aiuta, ma da sola non basta e nella quantità di bimbi che si presentano sui tappeti verdi di oratori o piccole società di paese, pochi riescono ad arrivare alle categorie dilettantistiche o al tanto sognato professionismo.

Tutto inizia tirando quattro calci al pallone in compagnia degli amici nel cortile di casa. Poi ci si unisce ai compagni di scuola e si formano piccole squadre, cominciano così le sfide tra quartieri o se in città tra i vari oratori parrocchiali. Quando finalmente si è in grado di avere tutti la stessa maglietta, ecco che il bimbo con il suo entusiasmo già si sente un campione.
Qualche genitore volenteroso si assume la non facile carica di allenatore e inizia l’avventura. I bambini ci mettono l’anima e sotto l’occhio e la voce dei genitori (tutti allenatori), convinti ognuno di avere in casa il campione, giocano divertendosi e impegnandosi come fosse una finale mondiale.

Di solito tra il pubblico c’è sempre qualcuno con un occhio diverso, nota le qualità dei contendenti, prende nota e li segnala a società che già hanno un organizzazione adatta per continuare la strada. Tra queste non mancano le società di calcio professionistico che non aspettano altro che trovare tra le segnalazioni bimbi da aggregare ai loro organizzati settori giovanili. Parliamo sempre di bambini che vanno dagli 8 anni in su.

Per loro si tratta, oltre che la soddisfazione di essere stati ammessi, tutta una serie di novità che fino ad allora non venivano percepite o insegnate. Si trovano così in un altro mondo. Certo cambia la qualità degli educatori/allenatori, tutto comincia dallo spogliatoio dove già si cominciano ad avere delle regole di comportamento.
Sono partito da queste iniziali parole per ripercorrere quello che personalmente o vissuto.

Pure io sono stato bambino in un paesino di montagna e dove si rincorreva un pallone che ancora era cucito a mano e le scarpette, chi poteva permettersele, avevano i tacchetti di cuoio inchiodati, per la delizia dei nostri piedini. Arrivato in città ho trovato modo di giocare in alcune società a livello dilettantistico.
Appeso le famose scarpette al chiodo per esigenze familiari, sono stato uno di quei genitori che si credeva un allenatore e per alcuni anni l’ho pure fatto con ragazzi nelle categorie giovanissimi e juniores.

Ormai tanti anni fa un amico, allenatore in un settore giovanile di una società professionistica, mi propose di accompagnarlo nel suo percorso con la mansione di massaggiatore e addetto alla cura delle divise. Mai avrei pensato di entrare in un mondo tanto diverso nella gestione di questo splendido gioco, dalla sola buona volontà e passione, si passa all’organizzazione completa.

Ma presto ho capito che il tutto, almeno nel mio caso, era il risultato del lavoro svolto con passione e competenza da un gruppo di persone straordinarie, magistralmente guidate.
Tutto in ogni qualsivoglia situazione, anche il più piccolo particolare era riservato all’attenzione verso i ragazzi che, nelle varie fasce di età, facevano parte della società.

Negli anni ho visto passare tantissimi ragazzi molti dei quali hanno raggiunto il loro sogno fino ai massimi livelli.

Altri magari si sono fermati prima, ma sicuramente sono diventati veri uomini.

Impegnando la mia mente nel rammentare, cercando nei ricordi sono riuscito a superare anni che direi particolarmente pesanti e difficili.

Quindi grazie a tutti voi ragazzi, anche se a vostra insaputa siete stati un impagabile aiuto e grandi anche solo nel ricordarvi.

Vi abbraccio tutti.

SERGIO GUALDI

Marco Antonio De Marchi – Il mio “numero” 10

…ogni bambino che nasce con la passione del calcio, cresce con un vero e proprio idolo che lo porta a vivere straordinarie emozioni fino quasi ad emularne le “eroiche” gesta…

Io nasco a Milano nell’ormai, ahimè, lontano 1966…..

E come quasi tutti i bimbi che nascono in una metropoli, hai diverse opzioni per scegliere la tua bandiera calcistica…. Devo dire che l’influenza di mio zio Pierino, super tifoso dell’Inter, in questo specifico caso ha avuto in me una forte importanza…. E cosi, sin dalla tenera età di 4-5 anni, ho cominciato a frequentare San Siro con una passione sempre più intensa…. Il mio “posticino” nei Distinti, sotto la Curva Nord, era lì che mi aspettava. Esattamente dietro la porta dove si schieravano i portiere delle squadre… prima il “mio” e poi l’altro… o viceversa…. Io, praticamente seduto a cavalcioni nell’inferriata che a quei tempi, recintava il campo da gioco… e con il corpo di mio zio che mi proteggeva da qualsiasi situazione più o meno vigorosa, potesse capitare…. E’ proprio lì che cominciai veramente ad entrare nel Mondo del Pallone che, sin da subito, mi cominciò a trasmettere vibrazioni impressionanti.

Le foto che guardavo attentamente nelle famose “figu” Panini, si trasformavano alla Domenica in corpi umani che, indossando le svariate magliette dei propri Clubs, sfilavano a San Siro davanti anche ad 80.000 persone…. Mamma mia che ricordi…. Facchetti, Boninsegna, Mazzola,Rivera, Bettega, Scirea e via dicendo, salivano dalla scaletta del sottopassaggio…e via verso il centro del campo …

Mamma mia che emozioni….

Gli anni passano ma la passione, al contrario diventa sempre più contagiosa e pressante…. Tra scuola, allenamenti e partite ( facevo parte del famoso e prestigioso Settore Giovanile del Calcio Como ), ogni domenica in cui l’Inter giocava in casa, il mio unico pensiero era quello di occupare il mio posticino…là, dietro alla porta…

Non so quante partite ho visto ma posso dire sinceramente, che sono state tante le volte in cui ho anche pianto, di gioia ma anche di rabbia…. Questa è la passione !!!

E poi, ad un certo punto…. Ebbi una strana ed incredibile folgorazione quando, proprio ad un certo punto vidi la maglia numero 10 dell’Interla vestiva un tipo veramente funambolico… uno che con la palla al piede faceva ciò che voleva, regalando, a noi tifosi, incredibili emozioni e ridicolizzando i propri colleghi avversari…. Era il “mio” numero 10…. E guai a chi lo criticava….
Lui per me poteva fare tutto… Lui aveva una tale classe che quando aveva il pallone tra i piedi, avvertivo una musica soave di violini che formavano una magica atmosfera in tutto lo Stadio…. Aveva i capelli ricci, lunghi e con quel baricentro basso scartava gli avversari come birilli con una facilità disarmante…. Cavolo, era il MIO numero 10 !!!

Non dimenticherò mai quel derby…. Era esattamente il 28 Ottobre 1979… una giornata piovosa come poche…. Mi ricordo molto bene che in quell’occasione presi tanta di quell’acqua nonostante indossassi il famoso eschimo che si inzuppò fino a diventare pesantissimo… ero nella mia Curva Nord… in mezzo ai Boys…. La mia voce si mischiava alle migliaia di tifosi interisti che, nonostante il diluvio, imperterriti osannavano e spingevano i propri colori… Inizia la partita e al 14’ del primo tempo, proprio lì sotto la mia porta il Grandissimo numero 10 interista insacca con un destro vellutato…. La Curva Nord si incendia di urla, di salti, di abbracci….
Il Popolo interista è ai suoi piedi… Ma non è finita… Nel secondo tempo, sempre lui, chiude la partita insaccando da pochi metri e superando il mitico Ricky Albertosi !!!

Il mio numero 10 aveva abbattuto il Diavolo Rossonero….consacrandosi cosi come idolo assoluto della “mia” storia nerazzurra….. L’ho amato e idolatrato… Per me era, è stato e sarà per sempre il mio IDOLO : EVARISTO BECCALOSSI !!! ( https://www.youtube.com/watch?v=l1NcX0_EXQs )..

Da lì coniarono poi la frase-sfottò che utilizzammo per prendere in giro i cugini rossoneri : “mi chiamo Evaristo e scusate se insisto… !”…. Mamma mia che spettacolo.. !!!

Facendo un grande salto nei giorni nostri posso dire, con un pizzico di orgoglio, che Evaristo è diventato un mio caro amico, nonché grande estimatore del Progetto WE LOVE FOOTBALL del quale fa parte come testimonial d’eccezione….

Proprio in queste ore, è uscita la notizia per cui, Evaristo è diventato Capo Delegazione della Nazionale di Calcio Under-20. (http://www.figc.it/Assets/contentresources_2/ContenutoGenerico/96.$plit/C_2_ContenutoGenerico_2539892_StrilloAreaStampa_upfDownload.pdf )

Io, in qualità di Presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “ Amici di We Love Football”, nonché ideatore del Progetto stesso, auguro le migliori soddisfazioni per questa nuova avventura che porterà sicuramente a tutti i componenti della Rosa Under-20 un assoluto miglioramento del tasso di qualità…

 

Grande “Becca”, per me sei sempre il numero… 10 !!!

 

Con affetto e stima,

Marco Antonio De Marchi

Nicola Binda – La mia storia

WE LOVE FOOTBALL e io lo amo veramente questo gioco del calcio, tanto da considerare una enorme fortuna essere riuscito a farlo diventare il mio lavoro.

Certo, quando giocavo nei Pulcini, speravo di fare il calciatore. Ma ci ho creduto solo fino agli Esordienti, magari un po’ anche nei Giovanissimi. Già negli Allievi era diventata dura e, quando sono arrivato alla Berretti e poi mi hanno prestato in Prima categoria, ho capito che era Meglio provarci in un altro modo.
Mi sarebbe piaciuto fare l’allenatore. Ma anche il direttore sportivo non sarebbe stato male. Il procuratore no, in quegli anni (sono nato nel 1965) ancora non era una professione così diffusa, e comunque non sarei stato tagliato per farlo.
Come fare quindi?

L’occasione me l’ha data mio padre Giulio. Un suo amico farmacista era il corrispondente de La Gazzetta dello Sport che raccontava le vicende della nostra squadra: l’Omegna. Non poteva più svolgere quel compito e l’ha proposto a me, a 17 anni: ok, proviamo. L’importante era seguire sempre l’Omegna, che mi aveva visto crescere come tentativo di calciatore e alla quale mi sono legato per tutta la vita.
Prima di tutto sono tifoso. Prima di cominciare a giocare ero la mascotte dell’Omegna, mio padre era un dirigente del club arrivato, nel 1977, fino alla Serie C unica. Era l’ultimo anno prima della divisione in C1 e C2 ed io, bambino che vedeva la sua squadra inseguire quel traguardo, ha cominciato a sognarlo. La Serie C! Per me, come la Champions…

L’Omegna vi è arrivata, e io? Ok, la vivevo da tifoso, assalivo ogni squadra che veniva a giocare da noi per avere gli autografi, andavo in trasferta in stadi mitici (uno su tutti: il Grezar di Trieste). Ma da grande, come avrei fatto? Quando ho smesso di giocare ho allenato i bambini, ho fatto il tifoso in gradinata, ho anche mosso qualche passo da dirigente accompagnatore (quello che oggi chiamano team manager), poi per fortuna il fuoco del giornalismo ha cominciato a infiammarmi, fino a farmi decidere una volta per tutte quale sarebbe stato il mio modo per far diventare il calcio il mio lavoro: fare il giornalista.
Facile? Mica tanto.

Nel 1983 ho iniziato a fare le cronache dell’Omegna per la Gazzetta, ma anche a collaborare con altri giornali, radio e tv locali. Ok, bene. Ma il lavoro vero? Andato a Milano a fare l’università, frequentavo più la redazione della rosea che le aule. Ero sicuramente più attratto – rispetto alle lezioni di Economia e Diritto – da quelle giornate passate accanto a Candido Cannavò, Franco Mentana, Angelo Rovelli, Roberto Beccantini, Maurizio Mosca e tanti altri califfi del giornalismo. Forse ero simpatico, forse li colpivo con quella che era la mia passione: il campionato di Serie C. Di sicuro mi sono meritato la loro stima e, nel 1989, sono stato assunto.
Un unico rimpianto: non aver potuto festeggiare con mio padre, che se n’era andato un anno prima. Peccato.

Lì comunque è cominciato tutto. Responsabile della Serie C per la Gazzetta: per me, il massimo. Il prezzo è stato salato, perché ho dovuto abbandonare la mia Omegna, che nel frattempo è rotolata in basso e che potevo seguire solo conoscendo i risultati alla domenica sera. Era il 1989. E per tanti anni è stato così.

Poi nel 2005 la mia vita è cambiata. Prima di tutto perché a nata Chiara, la mia prima bimba (oggi pallavolista). E poi perché, insieme ai miei vecchi compagni degli Esordienti e a un ex presidente degli anni della C, abbiamo deciso di salvare l’Omegna, precipitata in Prima categoria e senza un futuro. Un bellissimo gruppo, una bellissima esperienza. Che mi ha portato, nel 2006, a diventare anche il presidente del club per due stagioni e mezza, vincendo nel 2008 un campionato di Prima categoria passato alla storia (anche per un tuffo nel lago un po’… azzardato) perché non ne vincevamo uno da tantissimi anni.

Tuttora sono dirigente dell’Omegna. L’ho sempre seguita da vicino anche se gli impegni di lavoro sono aumentati: nel 2007 è nata anche Alessandra (oggi tennista) e sono diventato responsabile anche della Serie B. Quando non ero a Milano, quando gli impegni di famiglia me lo consentivano, andavo alle riunioni e agli allenamenti, spesso anche alle partite, con viaggi romanzeschi: alla domenica devo essere in redazione quando finiscono le partite, così vedevo 20-30-40 minuti (dipende dove si giocava) e poi volavo a Milano con un occhio al telefono. La tradizione con mio fratello (sempre presente alle partite) è questa: un messaggio per ogni gol subìto, una telefonata per ogni gol segnato. E siccome alla domenica il mio telefono è in perenne attività viste le chiamate o i messaggi dai vari stadi, potete immaginare cosa provavo ogni volta guardando il display…

Faccio così anche oggi. Dopo la retrocessione dall’Eccellenza nel 2016 ci sono rimasto male, ho sofferto troppo, e ho fatto un passo indietro. Solo dirigente, nessuna riunione, qualche allenamento, ma alle partite non rinuncio. Al venerdì o al lunedì vado in giro per l’Italia a vedere anticipi e posticipi di Serie B, al sabato sto in redazione a coordinare il campionato, ma alla domenica c’è l’Omegna.

Ho imparato più cose di calcio facendo il dirigente della mia squadra che frequentando mille tribune stampa. Poter vivere il calcio dall’interno di un club è un’esperienza che ogni giornalista dovrebbe fare. Perché il calcio è uguale a ogni livello. Certo: cambiano i valori tecnici, il peso economico e il contesto del pubblico, ma le relazioni, i comportamenti, le strette di mano, i rapporti con la squadra, il clima degli spogliatoi e tante altre cose non cambiano.
Purtroppo a volte mi accorgo di comportarmi proprio in modi che, con il mio lavoro, condanno. Ma la passione è la passione…

Una volta, quando ero presidente e andavamo male, qualche giornale ci criticava. Cosa ha deciso la società? “Facciamo silenzio stampa!” e ho aderito con entusiasmo, contro quei maledetti giornalisti! Per poi ricordarmi che in fondo sono giornalista anche io e che un presidente giornalista che ordina il silenzio stampa non fa proprio una bella figura… E così abbiamo trovato un compromesso: tutti in silenzio stampa, parla solo il presidente. Fiuuu

Ci sarebbero da scrivere pagine sulle mie due esperienze calcistiche, da giornalista e dirigente.
MAGARI PIÚ AVANTI LO FARÓ SU QUESTO BEL SITO.

Concludo raccontando solo che, tra i momenti più belli di questa mia esperienza con l’Omegna, ci sono anche gli incontri con i bimbi del settore giovanile. In loro mi rivedo, quando hanno la nostra maglia addosso mi emoziono. Spero che da grandi ci sia posto anche per loro nel calcio. E spero che non si dimentichino dell’Omegna.

Una volta un allenatore mi ha chiesto di parlare a una nostra squadra giovanile. Ho detto ai ragazzi che il calcio è una metafora della vita. Ci insegna che abbiamo dei compagni che domani saranno i nostri colleghi di lavoro, che abbiamo degli avversari da battere che saranno i nostri concorrenti, che ci sono degli allenatori che ci guidano come avremo dei capiufficio, che ci sono delle regole da rispettare e degli arbitri pronti a intervenire come faranno i giudici dei tribunali, e che quello che facciamo in campo davanti agli occhi della gente è quello che faremo nel nostro lavoro, nella nostra vita, con qualcuno sempre pronto a giudicarci male se non ci saremo comportati bene.

In fondo, credo proprio che sia così.

NICOLA BINDA

Davide Nicola

Davide Nicola

 

5 marzo 1973

Non ho mai avuto idoli…
ma sia ieri che oggi apprezzo tutti gli atleti
che dimostrano passione e intelligenza nello sport

      L’INTERVISTA

I MIEI PRIMI 15 ANNI

Raccontaci il tuo amore per lo Sport

Il mio amore per lo sport è dovuto alla consapevolezza che esso è l’attività educativa per eccellenza, perché  ci permette di raggiungere la maturità con leggerezza, piacere e soddisfazione, attraverso una continua sfida con se stessi ci permette di misurarci risolvendo molte problematiche che incontreremo durante il nostro percorso di maturazione… raggiungendo la nostra consapevolezza di uomini.

Nello sport, più importante del risultato è il percorso che ci porta a raggiungerlo.

L’alpinista potrebbe conquistare la vetta in elicottero, ma la sua soddisfazione sta nella scalata, nei rischi corsi e superati, nella fatica vinta, nei problemi risolti e alla fine, nella gioia d’osservare dalla cima il percorso fatto e il mondo che ora si trova ai suoi piedi. Non è importante ciò che facciamo, ma come lo facciamo.

Nello sport c’è tutta l’imprevedibilità che riserva la vita… se si accettano l’imprevedibilità  e le difficoltà che riserva lo sport …si imparano valori determinanti per raggiungere l’equilibrio psico-fisico necessario a far di noi uomini migliori.

La passione per il calcio quando è arrivata?

A 9 anni quando un compagno di classe mi chiese di andare a giocare a calcio con la squadra del paese… siccome io facevo atletica, mio padre e mia madre per timore di sapermi in giro a correre per il paese mi portarono al campo … feci il primo allenamento e mi piacque subito; soprattutto  dimostrai di essere portato per il nuovo sport … quindi all’età di 13 anni abbandonai l’atletica per dedicarmi solo al calcio.

Come hai iniziato?

Nella squadra del mio paese: il vigone.

Quando hai capito che la cosa stava diventando seria?

Al secondo anno di serie B ad Ancona quando vedevo che stavo giocando e poteva diventare un lavoro … stavo guadagnando ciò che mia madre avrebbe guadagnato in 30 anni di lavoro… economicamente se avessi saputo gestirmi bene avrei potuto risparmiare qualcosa per il mio futuro.

chiesi a mia madre di gestirmi i guadagni, lei mi obbligò insieme a mio padre a comprarmi un appartamento… dandomi per tre anni uno stipendio mensile fisso.

I tuoi giocatori preferiti?

Non ho mai avuto idoli… ma sia ieri che oggi apprezzo tutti gli atleti che dimostrano passione e intelligenza nello sport che rappresentano, non cedendo alle superficialità che nasconde   

La notorietà …ma veicolando messaggi sociali costruttivi.

Il momento più bello, indimenticabile?

Tutti quelli in cui ho raggiunto degli obiettivi e anche quelli in cui ci sono arrivato vicino… ( ancona, Genoa, Pescara Ternana, promozioni perse per un nonnulla) quando smisi di giocare e mi voltai per vedere cosa avevo realizzato.

La delusione più cocente?

La retrocessione quasi da spettatore dell’anno in cui giocavo a Ravenna, città e gente meravigliosa, ma fu l’unico posto a livello professionale in cui non mi sentii a mio agio.

Cosa ti ha dato il calcio per la tua vita?

La possibilità di essere un vero cittadino italiano  di conoscere molte realtà, posso dire con orgoglio di conoscere l’Italia  non ragionando per luoghi comuni, di fare un lavoro che è una passione e di essere libero il giusto economicamente, di sfruttare un po di popolarità per aiutare anche altre persone ma soprattutto di fare uno sport semplicemente magnifico.

Come lo vivi oggi?

Con dedizione, responsabilità, più consapevolezza per cui ancora più passione… e con la serenità e la perseveranza di concentrarmi oltreché sugli obiettivi … sul percorso necessario a raggiungerli.
Gustandomi il tutto, con il distacco necessario al fatto che tutto serve durante il percorso, ho imparato che non ci sono cose solo positive o solo negative, ogni evento.

Oggi che fai nella vita?

L’allenatore di calcio

Un consiglio ai quindicenni di oggi?

La parola consiglio non mi fa impazzire … Fabrizio de andrè  diceva che: si sa che la gente da buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio… direi che ognuno di noi può solo condividere mettendo a disposizione la propria esperienza di vita , per stimolare delle riflessioni. 

Per cui io posso dire che per me la cosa più importante per un giovane ed in generale di ogni persona, è quella di utilizzare parte del proprio tempo per conoscersi… ed è un processo che richiede tempo ma ci fa avvicinare più velocemente a scoprire la nostra unicità in modo da sviluppare il nostro massimo potenziale… spesso una persona tarda a maturare e a trovare la propria strada perché spende troppo tempo ad inseguire i sogni che gli altri costruiscono per noi.

Oggi ci sono professionisti in grado di aiutare il giovane in questo percorso , esistono modelli veri da poter seguire e la conoscenza da acquisire è a disposizione di tutti più facilmente, sperimentare le proprie attitudini senza incorrere nella paura di sentirsi frustrati se ciò che si pensava di noi stessi non corrisponde alla realtà dei fatti … ognuno di noi è nato con dei talenti, ecco, impiegate il tempo per scoprirli circondandovi delle persone che vi possano aiutare a farlo, una volta trovata la strada… perseverare con dedizione, non esistono scorciatoie, formule magiche, solo quello che impariamo di noi stessi e la conoscenza dei mezzi per realizzare le nostre idee, la vita può anche farci prendere una strada diametralmente opposta ma credo che se si ascolta il proprio cuore seguendo le proprie inclinazioni, durante il percorso troveremo i segnali e gli incontri giusti per realizzarci.

WLF generazione F, che ne pensi?

Penso sia una grande idea, costruttiva piena di buoni propositi, dedica tempo al giovane senza giudicarlo.

Kennet Andersson

Kennet Andersson

 

6 ottobre 1967

Vai avanti prendendoti
i tuoi tempi, ma fa le cose
con passione e ridi molto.

      L’INTERVISTA

I MIEI PRIMI 15 ANNI

Raccontaci il tuo amore per lo Sport

Da quando ho imparato a camminare, o forse anche prima, ho sempre avuto, in qualche modo, la passione per la competizione, sia da solo che in squadra e credo che gli altri se ne rendessero conto.
Lo sport è stato il miglior modo per esprimere al meglio questa mia passione.
Sono sempre stato un po’ timido, ma mai sui campi da gioco.

La passione per il calcio quando è arrivata?

La passione per il pallone è arrivata subito, quella per il calcio invece è cresciuta con il tempo.
Il sogno di diventare un calciatore è scattato quando ho seguito i mondiali di calcio del 1974.

Come hai iniziato?

Ho sempre giocato con gli amici, ma ho cominciato all’età di 10 anni in una piccola società che si chiamava Tunafors SK.

I tuoi giocatori preferiti?

Il mio giocatore preferito di un tempo è stato Socrates. Oggi mi diverto a vedere Messi.

Il momento più bello, indimenticabile?

Per me il calcio non si può riassumere in un momento. É una sensazione che dura sempre, ancora oggi, insieme a tutti i miei ricordi.
Ma se proprio devo scegliere, credo sia stato il mondiale del 1994, dove con la mia Svezia siamo arrivati terzi.

La delusione più cocente?

Non essere riusciti a partecipare agli Europei 1996 e ai Mondiali 1998, dove potevamo dimostrare di essere ancora più forti.

Cosa ti ha dato il calcio per la tua vita?

Quasi tutto.
É difficile immaginare come sarebbe stata la mia vita senza il calcio.
Mi ha portato a Göteborg, dove ho conosciuto mia moglie.
Sempre grazie al calcio ho vissuto in Belgio, Francia, Italia e Turchia, ho un sacco di ricordi legati a questi paesi, un sacco di esperienze e di amici.
Quindi, Kennet senza il calcio, sarebbe stato poca roba.

Come lo vivi oggi?

Sono allenatore, di mia figlia di 17 anni e di mio figlio di 14.
É un calcio lontano dalla Serie A e dai mondiali, ma che vivo con lo stesso amore, passione e voglia di vincere…o quasi 🙂

Oggi che fai nella vita?

Sono attivo in diverse associazioni e proprio adesso sto facendo il corso per diventare allenatore nelle divisioni più alte.

Un consiglio ai quindicenni di oggi?

Vai avanti prendendo i tuoi tempi, ma fa le cose con passione e ridi molto.

WLF generazione F, che ne pensi?

Mi piace vedere i giovani scoprire le tecniche e le tattiche del gioco del calcio, con passione e voglia di provare.
Sono qualità che non si vedono più tanto spesso nei giocatori professionisti.

Giancarlo Marocchi

Giancarlo Marocchi

 

4 luglio 1965

Io amo lo sport,
tutti gli sport
per la sua bellezza e armonia nei gesti.

      L’INTERVISTA

I MIEI PRIMI 15 ANNI

Raccontaci il tuo amore per lo Sport

Io amo lo sport, tutti gli sport per la sua bellezza e armonia nei gesti. Provate a pensare ai campioni/miti che da sempre cerchiamo di imitare come Tomba, M. Jordan, Bolt, Baggio, Valentino Rossi.

La passione per il calcio quando è arrivata?

Credo di essere nato con la passione per il calcio, ricordo di avere sempre avuto un pallone tra i piedi, ancora prima di aver visto in televisione o allo stadio una partita di calcio.

Come hai iniziato?

Dopo aver sfidato tutti i vicini di casa in cortile, grazie alla passione e generosità di Battilani (un signore di Imola che nel dopo lavoro si improvvisò allenatore, fenomenale nel farci ripetere all’infinito tutti i gesti tecnici) iniziai a 10 anni con la Bruman Sport, poi Imolese.

I tuoi giocatori preferiti?

I miei idoli di ieri erano Savoldi e Roversi, poi durante la carriera e ancora oggi mi affascinano i “numeri 10”

Quando hai capito che “la cosa stava diventando seria” ?

All’età di 15 anni mi richiese il Bologna, i miei dissero che era troppo presto, dovevo studiare, Bologna così lontana…….andai l’anno dopo. Iniziai a pensare che saper giocare a calcio mi avrebbe aiutato.

Il momento più bello, indimenticabile?

Ho vissuto in particolare 3 momenti da ricordare: l’esordio in Nazionale, la vittoria in Coppa Italia nel 90, era il primo trofeo, e i 30 secondi finali della mia ultima partita.

La delusione più cocente?

La più grossa delusione fu la sconfitta in semifinale UEFA nel 99.

Cosa ti ha dato il calcio per la tua vita?

Il calcio mi ha insegnato tutto, ovvero sei felice quando hai fatto tutto, ma veramente tutto per la tua squadra. Anche in una sconfitta ci sono emozioni e orgoglio.

Come lo vivi oggi?

Oggi vivo il calcio soprattutto dall’esterno come attento osservatore facendo televisione cercando di essere io più equilibrato possibile nei giudizi.

Un consiglio ai quindicenni di oggi?

Ai quindicenni di oggi auguro di inseguire i loro sogni accompagnati dalla passione per lo sport che praticano.

WLF generazione F, che ne pensi?

WLF ha il mio sostegno e ammirazione per la voglia di trasmettere ai giovani i valori veri dello sport e del calcio in particolare.

Gianluca Vialli

Gianluca Vialli

Gianluca Vialli

 

9 Luglio 1964

Nutro un amore spontaneo,
incondizionato e indistruttibile,
per lo sport

      L’INTERVISTA

I MIEI PRIMI 15 ANNI

Raccontaci il tuo amore per lo Sport

Nutro un amore spontaneo, incondizionato e indistruttibile, sia per lo sport praticato che per quello “guardato”.

La passione per il calcio quando è arrivata?

La prima volta che ho visto una palla rotolare ( avro’ avuto due anni) le ho dato un calcio ed e’ scattata la scintilla. Avevo trovato la passione che mi avrebbe accompagnato per il resto della mia vita. La quantità e la qualità della pratica che ci ho aggiunto mi hanno permesso successivamente di trasformare la passione in una professione.

Come hai iniziato?

In cortile, in camera da letto ed all’oratorio.Poi a 12 anni sono entrato nel settore giovanile del Pizzighettone e l’anno dopo sono passato alla Cremonese nella quale ho esordito in Serie C (Lega Pro) a 16 anni.

Quando hai capito che “la cosa stava diventando seria” ?

Quando sono entrato nel settore giovanile della US Cremonese e ci hanno dato il materiale per l’allenamento e la borsa con la scritta della societa’. Dopo il primo, durissimo, allenamento con mister Guido Settembrino, capii che la cosa era diventata dannatamente seria!

Il momento più bello, indimenticabile?

Alzare la Champions League a roma, da capitano, con la maglia della Juve.

La delusione più cocente?

Vedere Ronald Koeman, capitano del Barcellona, alzare la Champions league a Wembley dopo la finale persa con la Sampdoria e ripensare alle occasioni sprecate.

I tuoi giocatori preferiti di ieri e di oggi?

Ieri: Bonionsegna, Pele’, Crujiff, Cabrini.
Oggi; Buffon,Messi, Ronaldo.

Cosa ti ha dato il calcio per la tua vita?

Il calcio mi ha reso popolare e mi ha regalato gioie e delusioni.Il calcio mi ha insegnato ad essere un uomo migliore.Grazie al calcio ho comprato la mia prima macchina e la prima casa.

Come lo vivi oggi?

Oggi faccio il lavoro più bello del mondo. Mi pagano per guardare ed analizzare partite di calcio in TV. Sono davvero fortunato. Un giorno tornerò per fare il presidente di una società.

Oggi che fai nella vita?

Vivo a Londra, lavoro in TV a Sky, mi occupo della Fondazione Vialli e Mauro per la ricerca e per lo sport, sono coinvolto in altre attivita’ e soprattutto cerco di soddisfare le esigenze della mia famiglia.

Un consiglio ai quindicenni di oggi?

Se volete imitare Messi, mettete via la Play Station, scendete dal divano, spegnete il cellulare e andate a fare sport con gli amici.

WLF generazione F, che ne pensi?

E’ incoraggiante sapere che ci sono organizzazioni che promuovono l’attivita’ calcistica tra i giovani enfatizzando i pricipi e valori che questa rappresenta.